Si muoveva lenta sul foglio la sua penna stilografica,
Dal fiume d'inchiostro che scorreva sulla carta ruvida
Prendevano vita immagini malinconiche o gioiose,
Che raccontavano storie, avventure o disgrazie brutali.
Narravano di un uomo solo e sconosciuto,
Che, camminando verso un arco isolato,
Varcava la soglia di un mondo raro e sconosciuto,
Guidato solo dalla necessità di poter comprendere
La vita e le sue storie, le sue debolezze, l'odio e l'amore.
Disegnò ancora volti di donne bellissime e così appassionate,
Dolci e soavi, amorevoli e tenere, crudeli e insensibili.
Poi apparvero i tratti sicuri e riconoscibili del viso di una donna
Con gli occhi chiusi e sospiranti e le labbra socchiuse,
I cui capelli assomigliavano a rami sparsi e appuntiti
Oppure a fusti morbidi e flessibili adornati di fiori,
Un altro profilo di donna mostrava un grande cuore rosso,
Fiero ma dimenticato per troppo tempo per poter battere ancora.
Un altro viso si materializzò dalla sua penna,
Con capelli lunghi e strani arabeschi sul viso e le mani,
Gli occhi neri maliziosi e la bocca socchiusa
Quasi a svelare una domanda che non si può fare
E i capelli sciolti ornati da treccine laterali.
Poi la sua mano si fermò un istante, esitante,
E quando riprese a muoversi, spigolosa,
Tracciò linee spezzate che in breve composero un volto
Scomposto in diversi frammenti ancora legati.
Il viso sembrava formato dalle schegge di uno specchio,
Ma le linee erano morbide e sinuose lì sotto,
Solo in parte sconnesse e mancanti e incrinate.
Esitò ancora un attimo, la mano non riusciva a muoversi,
Una lacrime scese silenziosa sul volto ora afflitto,
Poi respirò piano e riprese con fatica il controllo.
La sua ultima effigie ritraeva il faccino di una bimba,
Con grandi occhioni tristi, pieni di lacrimoni,
I lunghi capelli scuri scompigliati e svolazzanti
E un palloncino rosso che si innalzava appena nel cielo,
Un tocco di colore in mezzo alle tante linee nere
Che componevano pian piano un ritratto perfetto in ogni suo tratto.
Poi girò ancora una volta la pagina e ricominciò.
La sua mano iniziò a tracciare una figura esile,
I capelli lunghi erano tenuti indietro da un grande fiocco
Gli occhioni sognanti spiavano gli oggetti lì intorno,
Che, prigionieri di un vortice incessante e travolgente,
Si innalzavano nell'aria girando insieme in tondo.
Si trattava di orologi, tazze da tè, carte da gioco,
Che con il loro vagare riempivano la stanza,
Trasformando i suoi ritratti in qualcosa di delirante.
Così, poiché strane visioni cominciavano a guidare la sua mano,
Poggiò la penna, che improvvisamente scomparve,
Mentre le sue figure erano lì e sembravano osservarla.
Chiuse il quaderno e per un attimo gli occhi.
Tornò nel salone dove erano riuniti tutti gli ospiti
Da cui cercava di sfuggire e che non voleva più vedere
E sentì mancare il respiro e la sua coscienza vacillò.
Mantenendosi al mobilio spalancò i suoi occhi:
Tutti nella sala avevano il suo stesso identico viso.
Allora capì che non era lei ad aver smesso di disegnare,
Era il disegno ad aver cominciato a farlo.